mercoledì 29 aprile 2009

Quando Facebook diventa notizia


In tempi di web 2.0, giornali in rete e informazioni più o meno accessibili a tutti, stupisce, ma forse non più di tanto, come il mondo di Internet, e di alcuni siti in particolare, e quello delle notizie, siano esse in forma virtuale o cartacea, spesso si intersechino e rappresentino l'un l'altro una fonte di materia prima a cui attingere. Il caso dei social network, e più in particolare del onnipresente e ''onnicitato'' Facebook, è emblematico. Spesso e volentieri negli ultimi tempi è possibile incontrare sui principali mezzi di informazione notizie più o meno importanti, o anche solo semplici curiosità, che si rifanno o che si collegano in qualche modo al pensiero espresso dagli utenti che a milioni in Italia e nel mondo frequentano giornalmente il network. Un paio di esempi sul tema sono di strettissima attualità: proprio ieri la Gazzetta dello Sport ha pubblicato una notizia sul proprio sito riguardo la mancata partecipazione al prossimo Giro d'Italia di Andrea Noè, la più vecchia ''maglia rosa'' ancora in attività, per decisione della Liquigas, il team per il quale lo stesso Noè è sotto contratto. L'articolo, oltre ad illustrare la decisione del team ciclistico, si è soffermato sulla protesta montata su Facebook a sostegno del ciclista veneto, citando anche come lo stesso Noè disponga di un proprio profilo sul sito ed abbia circa 500 amici. Un aspetto questo che a prima vista sembrerebbe marginale rispetto alla notizia stessa dell'esclusione dal Giro. Ma evidentemente in ''Gazzetta'', come in altri quotidiani, sono risultati decisivi i numeri, che fanno di Facebook un fenomeno globale in continua ascesa. Solo in Italia gli iscritti hanno raggiunto gli 11 milioni, ovvero quasi un sesto dell'intera popolazione del paese. Numeri da capogiro, considerando come l'Italia sia ancora indietro nel processo di informatizzazione e diffusione di Internet rispetto ai maggiori paesi europei. Nonostante questo, il nostro paese è al quarto posto in Europa per utilizzo del social network, dietro solo a Regno Unito, Francia e Turchia, con un aumento di iscritti del 2721%, percentuale superiore a tutti i paesi europei.

Di fronte a questo fenomeno Facebook è diventato per i ''creatori d'informazione'' uno strumento da cui attingere notizie o a cui fare riferimento per tastare gli umori e le opinioni della gente comune. Esempi sono le giornate tipo delle squadre di calcio di Serie A riviste in chiave in ironica, nate dalla mente degli utenti del social network e finite quindi sulle pagine sportive dei maggiori quotidiani nazionali, come Il Corriere Della Sera, Libero e Il Giornale. Un altro caso di come Facebook incontri l'informazione è il caso, comparso qualche giorno fa sul sito del Corriere, di una dipendente in malattia licenziata perchè beccata ad utilizzare Facebook da casa. Caso che ha generato molte polemiche e dibattiti dentro e fuori il social network sulla relazione tra ''navigare in rete in malattia'' e ''lavorare''.

Questi sono solo alcuni esempi che dimostrano come Facebook può diventare notizia e come una notizia possa essere influenzata da Facebook. Nel mondo del Web 2.0, dove tutti possono o dovrebbe poter dire la loro succede anche questo.

lunedì 27 aprile 2009

Facebook,una perdita di tempo? No,aiuta a lavorare meglio


Una vittoria per i maniaci dei Social Network e per tutti i lavoratori dipendenti al centro di dispute con i propri datori di lavoro sull'utilizzo dei più popolari siti di svago in rete, quali Facebook, Myspace e Youtube. Dall'Università di Melbourne infatti arrivano infatti i risultati di uno studio condotto su 300 lavoratori che sembra dimostrare come l'utilizzo di internet per scopi ricreativi durante l'orario di ufficio aumenti la produttività del singolo lavoratore, rispetto a coloro che invece non si concedono pause di alcun tipo.
Secondo la ricerca infatti, se il tempo passato online su questi siti non è eccessivamente elevato, ovvero superiore al 20% dell'orario totale di lavoro, lo svago e la distensione che ne derivano aiuterebbero a lavorare successivamente molto meglio e più rilassati, con un aumento della produttività, secondo i ricercatori, addirittura del 9%. Una sconfitta dunque, almeno sulla carta, per quelle aziende che invece spendono fior di quattrini in filtri e sotfware proprio per impedire l'accesso da parte dei propri dipendenti ai siti sopracitati. Con la repentina esplosione dei social network, in primis Facebook e Youtube, anche in Italia ci sono stati casi emblematici di misure considerate ''anti-cazzeggio'': Poste Italiane ha negato l'accesso al sito di social network per i suoi dipendenti mente al Comune di Napoli hanno messo in atto un provvedimento più originale e apparentemente più morbido, ovvero il frazionamento del tempo passato su Facebook. Non più di un'ora al giorno, suddivisa in blocchi da 10 minuti ciascuno. La stessa ''morbidezza'' è stata però negata dal comune di Milano ai propri dipendenti.

Cosa risulterà ora dopo questo studio dell'università australiana? Per il momento il commento è affidato a Brent Coker, che ha guidato il team di studio a questa ricerca: “Le aziende spendono milioni in software per impedire ai loro dipendenti di guardare video, usare siti di social networking o di shopping online col pretesto che causi una perdita di milioni in termini di produttività. Non è sempre così .Le persone hanno bisogno di distrarsi un po' per poi tornare a concentrarsi. Pause brevi e non intrusive, come una rapida occhiata a Internet, aiutano la mente a riposare, portando ad una concentrazione sul lavoro maggiore nell'arco di una giornata, e come risultato, aumentano la produttività".